la sindrome del sopravvissuto

bambino-piange-capricciLa mortalità nei bambini è di 15 ogni 100.000 abitanti , nella fascia d’età compresa da 0-14 anni . Di questi il 26%  muore per tumori e altri 26% per traumatismi ed avvelenamenti . Nella fascia d’età dai 15 ai 24 anni le cause di morte sono dovute soprattutto a traumatismi 31%( primi fra tutti incidenti stradali e da ultimo  i suicidi) e successivamente a tumori 5%.
Al di là delle fredde statistiche , anche se complessivamente la sopravvivenza ai tumori a 5 anni è aumentata pur registrandosi una aumento dei tumori dell’1% all’anno ( rapporto sulla salute per l’infanzia Luca Ronfani ,Giorgio Tamburlini e Anna Macaluso), la perdita di un bambino o di un adolescente ma soprattutto di un FIGLIO, determina nei genitori e nei fratelli sopravvisuti un dolore atroce
Hanno scritto libri, hanno girato film, hanno intervistato i migliori psicologi e psichiatri. Ma mai nessuno riuscirà a comprendere il dolore provocato dalla perdita di un figlio come i genitori. La morte di un figlio, sia esso bambino o adulto, è infatti giustamente ritenuta dagli esperti come la tragedia più grande che possa colpire la vita di una persona, l’evento luttuoso per eccellenza dal quale una famiglia non si riprende mai. 
“Generalmente si parla di ‘lutto fisiologico’ quando l’arco di tempo durante il quale sussiste una condizione emotiva particolare non suopera i 12 mesi; diviene ‘lutto complicato’ allorché le reazioni e la condotta di fronte all’evento assumono connotazioni evidentemente psicopatologiche” spiega lo psicologo Nicola Salvadori. “Il ‘lutto traumatico’ si verifica nella situazione di perdita improvvisa, ma non necessariamente un lutto traumatico assume i tratti di un lutto complicato. Se l’elaborazione è un processo complesso che riguarda ogni situazione di perdita di un caro, lo è tanto più tristemente quando a fronteggiare la perdita si trova un genitore con il proprio figlio”.”Ho avuto modo di seguire diverse donne che hanno subito la perdita di un figlio. È un’esperienza talmente devastante che toglie il senso della vita a chi l’ha sperimentata” spiega Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano. “Il modo migliore per stare accanto alla persona a ritrovare un senso, è darle una mano a ritrovare quei sentimenti di affetto e di amore che dopo questa esperienza vengono ibernati. Se a perdere il figlio è una coppia, la coppia va profondamente in crisi. La malattia in alcune occasioni unisce, la morte divide. Il percorso esistenziale è la cosa più toccante: c’è bisogno di sentire che il figlio vive ed è questo il motivo per cui molte persone si rifugiano nella solidarietà. E poi, c’è una grandissima rabbia. Rabbia nei confronti di Dio, del fato, della sorte e della vita stessa. La prima cosa che una madre in queste condizioni pensa è che vorrebbe morire anche lei. Le persone che vivono accanto a queste donne devono accettare il loro lungo inverno dei sentimenti e tollerare quell’inevitabile sentimento di rabbia e rassegnazione che esplode continuamente. Queste donne si sentono oggetto di una punizione difficile da poter essere accettata”. “La morte di un figlio o di una figlia crea, a livello psicologico, un problema molto serio ai figli che restano con unagravità normalmente maggiore di quello che prova la madre stessa. La mamma continua nell’accudimento e nella crescita degli altri suoi figli, impegno che la sostiene psicologicamente” spiega il pedagogista Daniele Novara, fondatore del Centro Psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti di Piacenza. “A loro però resta comunque da gestire una vera e propria sindrome del sopravvissuto, una delle esperienze più dolorose e difficili che, nel corso dell’esistenza umana, possano capitare”.
La “sindrome del sopravvissuto” è uno stato emotivo che, se non viene curato terapeuticamente, perdura, con conseguenze più o meno prevedibili. E che spesso viene sottovalutato dagli stessi genitori. “Il sopravvissuto tende a chiedersi, a livello inconscio, i motivi per cui è stato risparmiato dalla morte, attivando un senso di colpa che raramente riesce a esprimere e che agisce nel corso della vita nella logica dell’espiazione, mettendosi ripetutamente in situazioni o di pericolo o eccentriche” continua Novara. 
Ma cosa possono fare i genitori per evitare questa particolare e nascosta sofferenza, più accentuata ancora quando il figlio rimasto è uno solo? Secondo Novara, i capisaldi da cui partire sono tre: chiarire cosa è successo e comunicare con determinazione che non c’è nessuna colpa da espiare; condividere il dolore con i figli, a patto che non diventi qualcosa che devono riparare loro stessi; vivere il lutto dentro una ritualità circoscritta (cimitero, funzioni religiose, momenti specifici) in modo che non invada continuamente la vita di chi resta , rischiando di penalizzare la crescita e i momenti di festa. 
La stanza di chi se ne è andato non può, dunque, diventare un monumento funebre, e occorre trovare un modo più limitato per mantenere la memoria, anche sul piano visivo. “Penso, da ultimo – conclude il pedagogista – che tutti i genitori che vivono questo dramma abbiano la necessità di chiedere aiuto. È anche legittimo continuare a cercare di generare altri figli ma occorre tenere a bada l’intenzione che diventino semplicemente il sostituto di chi non c’è più (da D famiglia repubblica.it)

Ecco una breve ma forte testimonianza di una sorella ormai adolescente, che ci mostra le possibili difficoltà che i figli incontrano in famiglia: “ero arrabbiata con mio fratello perché era morto, perché mi aveva lasciato sola e perché eravamo tutti diventati tristi e distrutti. Ognuno soffriva per proprio conto, non eravamo più uniti, prima ero parte di una famiglia unita e felice. I miei genitori si allontanavano sempre di più uno dall’altro, spesso li sentivo litigare. Ognuno ha preso la sua strada e, anche se abitiamo sotto lo stesso tetto, non siamo più una cosa sola, non siamo più uniti”.

Realmente la morte di un figlio è un duro colpo per tutte le famiglie e se la coppia non si riprende proprio grazie all’amore reciproco e all’interessamento per i figli rimasti, può arrivare anche alla separazione.

In questo senso ecco la testimonianza di una mamma che aveva perso il figlio: “continuo a considerarmi più fortunata di tante altre mamme, anche perché ho un bambino che, con la sua esuberanza, la sua curiosità, la sua continua necessità di attenzioni e perché no di capricci, in tutto questo periodo riporta me e mio marito prepotentemente alla normalità, e anche adesso non ci consente di lasciarci andare troppo: lui ha bisogno di noi, ma anche noi abbiamo bisogno di lui”.

Sarebbe utile che le sorelle e i fratelli rimasti avessero l’opportunità di esplorare cosa è accaduto, di ricostruire la storia della relazione e della vita vissuta insieme e, per una risoluzione salutare della perdita, essere sostenuti nello scoprire come la vita può essere vissuta anche senza la presenza fisica del fratello o della sorella. (…da lutto nei bambini Livia Crozzoli Aite)